Michela
Niccolai
Turandot o l’opera della luce
Puccini
ha costantemente manifestato
il suo interesse per le nuove
tendenze registiche ante
litteram che andavano
diffondendosi oltr’alpe. In
particolare, dopo aver lavorato
attivamente con il metteur
en scène Albert Carré
per la realizzazione parigina
di Bohème (1898), Tosca
(1903) e Madame Butterfly
(1906), quella che in un primo
momento appariva come una
sua particolare sensibilità,
si evolse in un modo di ragionare,
di intendere l’opera come
fenomeno comunicativo, la
cui esplicitazione avviene
a tre diversi livelli: la
musica, il testo e la scena.
Nell’opera
del compositore toscano i
tre elementi interagiscono
sin dal momento della genesi
creativa, nella fase che Mercedes
Viale Ferrero definisce «scena
immaginata», a sua volta seguita
dalla «scena descritta», il
cui segno tangibile è dato
dalla presenza di ampie didascalie
sceniche sia nel libretto
che in partitura, fino ad
arrivare talvolta alla «scena
prescritta», intendendo con
quest’ultima le regole dei
livret de mise en scène.
Prima
di prendere in considerazione
qualche esempio in ambito
pucciniano vorrei soffermarmi
sull’importanza che le nuove
tecniche teatrali, in particolar
modo la luminotecnica, stavano
acquisendo in Europa e in
Italia. La data di nascita
che si suole attribuire a
questo fenomeno è il 1895,
anno in cui venne pubblicato
il testo di Adolphe Appia
La mise en scène du drame
wagnérien, in cui egli
pone l’accento sull’importanza
psicologica della luce sulla
scena, considerando questo
elemento non come parametro
a sé stante, ma come fondante
di un nuovo modo di intendere
il dramma nella sua totalità.
L’opera
del réalisateur svizzero
attirò ben presto l’interesse
di tutti quei metteurs
en scène e compositori
che si ponevano non più in
un’ottica nazionale, ma europea.
In ambito francese la risposta
venne data dal Théâtre Libre
di André Antoine, mentre per
l’opera in musica fu Albert
Carré il portavoce di queste
nuove esigenze, naturalmente
dopo un viaggio a Bayreuth,
nel tempio della messinscena
wagneriana. In Italia la luminotecnica
si diffuse in ritardo rispetto
alla Francia, in primis
grazie all’opera di Anton
Giulio Bragaglia, per il
quale la «luce psicologica»
veniva impiegata «a guisa
di commento, nella stessa
funzione particolare che assumeva
la luce colorata nel dramma
wagneriano» (Mario Verdone).
Le idee teoriche che animano
gli articoli di Bragaglia,
pubblicati nella maggior parte
dei casi sulla rivista «Bianco
e Nero», vennero messe in
pratica nel Teatro degli Indipendenti
e furono inaugurate sulla
scena con Per fare l’alba
(1919) di Rosso di San Secondo
e con l’«avventura colorata»
dello stesso autore dal titolo
La Bella addormentata
(1919).
Quando
Puccini, nel marzo del 1920,
decise di musicare la fiaba
teatrale Turandotte
di Carlo Gozzi (1762) era
quindi immerso in questa fucina
di sperimentazioni che è il
teatro di prosa e musicale
fin de siècle. A più
riprese infatti, negli anni
che precedono la creazione
di Turandot, il compositore
si era espresso riguardo all’uso
della luce: una prima indicazione
si trova in una lettera a
Toscanini dell’ottobre 1905
(29 ott.) inviata durante
le prove per l’allestimento
di Butterfly a Bologna:
Due
parole riguardo alla «mise
en scène». L’ultima scena,
quando Suzuki chiude la scena,
dovrà divenire completamente
buia, con pochissima ribalta,
e quando il bambino esce dalla
porta d’uscita ne verrà fuori
un violento raggio di sole,
forte, e fascio di luce
larga, nella cui orbita
avrà luogo la scena finale
( Gara, 431, p. 299).
L’anno
successivo, mentre assisteva
alle prove della Butterfly
parigina, Puccini illustrava
alcune peculiarità sceniche
della Tragedia fiorentina
di Oscar Wilde, soggetto poi
scartato:
la
mano (della sposa) che tiene
la face illuminante la
scena, trema, e il lume
cade a terra rimanendo
un bel chiarore ad illuminare
la tragica fine. Il nobile
cade e mormora preghiere per
la propria anima ( Gara, 496,
pp. 334-5).
L’interesse
si acuì negli anni seguenti,
quando il compositore manifestò
il proprio interesse per il
regista austriaco Max Reinhardt,
come si può constatare in
una lettera del 1912:
La
mise en scène ha un’importanza
speciale se si tentano nuove
vie. Io ho visto alcuni spettacoli
di Reinhardt e sono rimasto
conquiso dalla semplicità
e efficacia degli effetti.
Con un soggetto anche non
nuovissimo […] si arriva a
farlo sembrare originale coi
nuovi mezzi scenici (Gara,
606, p. 404).
Circa
dieci anni dopo, a proposito
di Suor Angelica, Puccini
tornava a impiegare la luce
come metafora visiva della
fine «miracolosa» dell’opera,
e scriveva a Riccardo Schnabl,
curatore dell’allestimento
del Trittico a Vienna e ad
Amburgo (1920 Giacomo Puccini,
Lettere a Riccardo Schnabl,
a cura di Simonetta Puccini,
Emme, Milano, 1981, 72, p.
123.):
Dove
non si può fare quello di
Vienna converrà attenersi
al molto – semplice e modesto
– la madonna due angeli una
corona di lampadine mignon
all’aureola (in resistenza)
un fondalino a stelle in cielo
bleu – una lampadina fra i
fiori che la madonna [sic]
tieni vicino alla gola – e
la luce riflette sul viso
– cosa facile – pratica e
tutto l’ambiente chiesetta
intonata di Bleu e ciao –
Anche
la scelta di cimentarsi nella
realizzazione musicale del
testo gozziano è legata a
un fenomeno visivo: il fatto
di non aver assistito
a una messinscena, come sottolinea
Michele Girardi, stimola la
curiosità del compositore:
Ieri
parlai con una signora straniera,
la quale mi disse di questo
lavoro dato in Germania con
la mise en sène di Max Reinhardt,
in modo molto curioso e originale.
[…] In Reinhardt Turandot
era una donnina piccola piccola;
attorniata da uomini di statura
alta, scelti a posta; grandi
sedie, grandi mobili, e questa
donnina viperina con un cuore
strano di isterica (Gara,
n. 766 p. 490).
Il
soggetto gozziano, per Puccini,
doveva essere trattato in
maniera diversa da quella
impiegata qualche anno prima
da Busoni (1911). Il compositore
infatti, lontano dal recupero
neoclassico che animava la
creazione busoniana, voleva
un pezzo umano, una
Turandot attraverso il cervello
moderno (Gara, 766, p.
490), nella quale il posto
d’onore spetta al contrasto
tra due paradigmi, quello
femminile e maschile, che
si scontrano-incontrano all’interno
dell’opera e che si conciliano
nel segno dell’Amore; con
le parole del compositore:
Quando
il cuore parla, sia in Cina
o in Olanda, il senso è uno
solo e la finalità è quella
di tutti (Gara, 887, p. 550).
Prima
di esporre la mia analisi
sull’importanza del fattore-luce
in Turandot vorrei
precisare che quest’opera
pone vari problemi oggettivi.
Innanzi tutto va considerato
il fatto che non è stata completata
dall’autore, che arrivò a
stendere la partitura fino
all’episodio della morte di
Liù, cioè al primo dei due
quadri del III atto. Puccini,
diversamente al solito, completò,
prima di aver finito di comporre
l’opera per intero, l’orchestrazione
fino a questo punto, dopodiché
rimangono una serie di appunti
manoscritti sulla cui importanza
rimando agli studi di Juergen
Maehder. Evidentemente il
problema della conclusione
dell’opera era aperto ancor
prima che la malattia avesse
la meglio sul compositore.
I documenti di cui mi sono
servita sono quindi le partitura
a stampa, sia orchestrale
che nella riduzione per canto
e pianoforte, attualmente
pubblicate da Ricordi e il
libretto di Adami e Simoni
riprodotto nel programma di
sala dell’opera a cura del
Centro Studi Giacomo
Puccini di Lucca (2003).
Per
l’aspetto visivo ho poi impiegato
i bozzetti delle scene di
Galileo Chini, usati in occasione
della prima scaligera del
1926 con la direzione di Arturo
Toscanini. La realizzazione
delle scene infatti risale
al periodo in cui Puccini
era ancora in vita, e lui
stesso aveva scelto lo scenografo,
molto soddisfatto della performance
di Chini per le scene della
prima di Gianni Schicchi
a New York.
L’artista
toscano in più aveva vissuto
per quattro anni in Cina e
in Siam e quindi poteva rendere
perfettamente quella che era
l’idea scenografica del compositore.
Anche in questo caso la gestazione
delle scene non fu semplice,
dal momento che Chini ha lasciato
quattro gruppi di bozzetti,
secondo l’inventario realizzato
da Moreno Bucci, che vanno
dal semplice schizzo fino
al décor completo;
l’ultima serie di bozzetti,
di proprietà Ricordi, presenta
data e firma e risale al 1924,
quando Puccini era ancora
vivo. Lo scenografo aveva
avuto ben sette mesi di tempo
prima della morte del compositore,
durante i quali gli espose
il proprio lavoro.
Non
fanno fede invece i costumi
realizzati da Caramba che,
all’ultimo momento, sostituirono
quelli di Brunelleschi, impiegati
invece per la prima romana
dell’opera. Se infatti la
mise en scène scaligera
fu molto apprezzata dalla
stampa dell’epoca, al contrario
i costumi di Caramba risultarono
eccessivamente ‘carichi’,
al punto di distrarre lo spettatore
dall’azione stessa dell’opera.
***
L’azione
è ambientata a Pechino,
al tempo delle favole,
e tramite questa precisione
geografica, ma non storica,
Puccini proietta il plot
narrativo in un’ottica eterna,
dove i due personaggi assumono
subito le vesti di due paradigmi
che sono validi in ogni tempo
e in ogni luogo. Se poi consideriamo
l’importanza che l’Oriente
aveva nell’opera fin de
siècle l’ambientazione
cinese del dramma assume anche
la funzione di rendere più
forte l’immedesimazione dello
spettatore tramite il fenomeno
dello ‘straniamento’. Pechino
e la ‘tinta’ cinese pervadono
tutta la partitura a partire
dalle ‘sonorità’ orchestrali:
xilofono, gong, campane tubolari,
glockenspiel. Come in Butterfly
(dove la ‘giapponeseria’ non
era solo un fenomeno posticcio,
ma rappresentava la vera e
propria struttura portante
del dramma), così anche in
questo caso Puccini non utilizza
orpelli esteriori per ‘colorire’
la sua musica, ma da un lato
impiega melodie autentiche,
dall’altro mutua dal repertorio
orientale i tratti principali
che vengono assunti nella
musica composta dall’autore
‘in stile’ cinese. In questo
modo sia le melodie orientali,
che vengono armonizzate secondo
i procedimenti ‘occidentali’
sia le tecniche impiegate
(bipolarità che talvolta sfocia
in eterofonia) diventano il
vero tessuto connettivo del
dramma. (Harold Powers, Le
quattro tinte della «Turandot»,
in Puccini, a c. di
V. Bernardoni, Bologna, Il
Mulino, 1996, pp. 245-283:
245).
All’interno
di questo sistema narrativo
un posto di rilievo spetta
alla dicotomia che si trova
nei personaggi (conflitto
uomo-donna, a cui si aggiunge
il contrasto interno dei sentimenti
che animano Turandot, evidenziato
dalla musica pucciniana: la
Turandot ‘ufficiale’, crudele
sonoramente indicata dai primi
accordi, e quella espressa
dal motivo cinese Mo-Li-Hua,
ricavato dal carillon
del Barone Fassini, che simboleggia
le ‘potenzialità umane’ della
protagonista), nei sentimenti
(amore-odio e pietà-crudeltà),
nell’ambientazione (notte-giorno;
buio-luce, di cui alcuni precedenti
operistici possono essere
forniti, anche se con esiti
diversi, dal Flauto magico
mozartiano o dal Tristan
und Isolde wagneriano).
L’azione si svolge poi nel
pieno rispetto delle ‘norme
aristoteliche’: unità di tempo
(lo spazio temporale coperto
dal dramma infatti si snoda
dalla sera alla mattina seguente),
di luogo (Pechino) e di spazio
(la zona antistante il palazzo
imperiale e l’interno della
reggia).
Nel
dramma pucciniano si seguono
attentamente i momenti che
portano al passaggio dal buio
alla luce, attraverso una
soluzione di continuità che
scenicamente è rappresentata
dalla costante presenza del
sipario aperto e che conduce
gradualmente al cambiamento
di stato d’animo della protagonista.
A questa constatazione fa
eccezione solo il primo atto,
in cui il sipario si apre
dopo l’enunciazione delle
prime quattro battute che
imprimono nella mente dell’ascoltatore
il ‘motto’ di Turandot, ovvero
quello che Powers definisce
‘tema dell’esecuzione’, che
proietta l’ascoltatore direttamente
in medias res, rendendo
subito chiara la crudeltà
della protagonista e la brutalità
della prima scena dell’opera:
l’esecuzione del Principe
di Persia.
Il
primo manifestarsi della protagonista
avviene attraverso un solo
gesto, crudele, che segna
la condanna definitiva del
Principe di Persia, attraverso
la sua semplice apparizione
Puccini mostra la freddezza
e il distacco di Turandot
nei confronti delle ‘vicende
umane’: ella infatti non prova
alcun rimorso nel decidere
imperativamente la morte di
un uomo. Il completo distacco
è rappresentato dalla sua
incapacità di comunicare:
Turandot appare affacciandosi
da un loggiato sopraelevato
rispetto al popolo, suo fedele
ed ubbidiente suddito, e alla
vittima. La luce riveste in
questa scena una funzione
fondamentale, secondo le didascalie
sceniche infatti:
Turandot
appare, come una visione.
Un raggio di luna la investe.
La folla si prostra. In piedi
sono soltanto il Principe
di Persia, il Principe e il
boia gigantesco. [I, 234]
La
sua entrata è scortata dal
raggio di luna che la investe
nel momento fatidico della
condanna. La perifrasi Un
raggio di luna, per indicare
la luce bianca rimanda immediatamente
al coro appena intonato dal
popolo «Perché tarda la luna»[I,
17], in cui quest’ultima viene
definita «Testa mozza» e «Amante
smunta dei morti».
Con il solo apparire dell’eroina
illuminata dal raggio lunare,
freddo, ma al tempo stesso
simbolo femminile per eccellenza,
Puccini ricollega il pianeta
portatore di morte con la
sentenza che sta per essere
pronunciata con un solo gesto
senza parole, accrescendo
così la tensione drammatica.
La
prima volta in cui Turandot
proferisce parola è a metà
del secondo atto, [«In questa
reggia», II.2, 43]
quando racconta la storia
della sua ava Lo-u-Ling, violentata
e uccisa dal re dei Tartari,
al Principe Ignoto. La Principessa
viene presentata come Bellissima,
impassibile, è tutta una cosa
d’oro. Guarda con freddissimi
occhi il Principe, ma
durante la sua aria si tradisce
cantando all’unisono con Calaf,
lasciando intendere che la
sua disposizione d’animo può
mutare. Durante l’opera Turandot
rivolge la parola al popolo
costantemente con un tono
dispotico, al padre, per chiedere
di essere esonerata dal matrimonio
con il Principe, ma si rivolge
direttamente solo a Calaf,
ponendosi sullo stesso piano.
Scenicamente, durante l’episodio
degli enigmi, Turandot scende
dalla lunga scalèa bianca
verso il Principe, fino ad
arrivare al suo livello, entrando
in una sfera in cui i sentimenti
si stanno ‘sgelando’ per aprirsi
all’Amore, nel cui segno si
chiuderà l’opera. Sono stati
indicate da altri studiosi
le ‘tappe’ obbligate attraverso
le quali Turandot passa dal
‘gelo’ al ‘foco’, il suicidio
per amore di Liù (innovazione
pucciniana rispetto all’originale
di Gozzi) e il bacio di Calaf
alla fine del primo quadro
del terzo atto. Turandot ammette
inoltre che dal primo momento
in cui ha visto il Principe
ha sentito il brivido fatale
[III.1, 42], ovvero in potenza
Turandot era subito pronta
a schiudersi all’Amore.
A
mio avviso il presentimento
della metamorfosi della protagonista
è contenuto nel motivo Mo-Li-Hua.
Il tema viene presentato per
la prima volta da un coro
di fanciulli interni,
simbolo della purezza della
principessa, con l’ausilio
in orchestra di due sassofoni
contralti dentro le scene
[I, 19]. In maniera speculare
il coro viene riproposto nel
secondo atto. Prima della
scena degli enigmi, i ragazzi,
ancora interni, ma stavolta
sensibili, volgendo il
dorso verso il pubblico –
e quindi prendendo posizione
nei confronti dell’azione
-, sempre con l’ausilio di
due sax contralti, in scena,
ma nascosti [II.2, 42],
eseguono solo la parte finale
del brano esposto nel I atto,
e, oltre ad avere la funzione
rassicurante nei confronti
dell’eroe che sta per affrontare
la terribile prova, sembrano
già presagire lo ‘sgelamento’
della Principessa. Sia il
motivo Mo-Li-Hua, che
torna più volte nel coro e
nei brani intonati da Calaf
e da Turandot, che la presenza
dei sax contralti, che simboleggiano
il buon auspicio e l’amore
puro, sembrano quindi già
lasciare adito al lieto fine.
I fanciulli, inoltre, non
ancora uomini né donne, esseri
ancora ‘asessuati’, sono per
loro stessa natura i più adatti
a portare in scena il motivo
dell’Amore, che trasformerà
la crudeltà della protagonista.
La
presenza di Turandot, che
nel primo atto è impalpabile
e paragonata al profumo sia
da Calaf che dal coro delle
fanciulle, definizione che
si contrappone a quella dei
tre Ministri è carne cruda,
prende pian piano forma e
consistenza, mentre prendono
forza i suoi sentimenti per
Calaf.
Il
colore cui viene abbinata
la protagonista dall’inizio
alla fine della pièce
è il bianco. Questo colore-non
colore già designava la luna
e la scalèa, ma si ritroverà
anche alla fine dell’opera,
quando appare sulla scena
L’esterno del palazzo imperiale,
tutto bianco di marmi traforati.
Questa volta è come se il
colore si fosse trasformato
conformemente ai sentimenti
della protagonista, è un bianco
carico di speranza.
In
questo senso mi sembra quindi
possibile istituire un paragone
con la definizione del bianco
data da Vassilij Kandinskij
nel III capitolo di Dello
spirituale nell’arte (1910):
il
bianco, che spesso
non viene considerato
un colore […] è come
il simbolo nel quale tutti
i colori, in quanto qualità
e sostanze materiali, sono
spariti. Questo mondo sta
così alto sopra di noi, che
non ci riesce udire alcun
suono che ne provenga. Ne
proviene anzi un gran silenzio
che […] ci appare come un
muro freddo, invalicabile,
indistruttibile, che si prolunghi
all’infinito: per questo il
bianco agisce sulla nostra
psiche come un grande silenzio,
che per noi è assoluto [questo,
a mio avviso corrisponderebbe
al ‘primo bianco’ di Turandot]
(pp. 33-34).
Più
avanti Kandinskij aggiunge
ancora che tuttavia:
è
un silenzio, che non è morto,
ma pieno di possibilità. Il
bianco risuona come un silenzio
che possa improvvisamente
venir compreso. È un nulla,
che è giovanile, o, meglio
ancora, un nulla che sta prima
del principio, prima
della nascita. Così forse
risuonava la Terra nelle bianche
ère del periodo glaciale (pp.
35-36) .
Il
bianco quindi può essere considerato
da un lato come riapertura
all’amore e alla vita dell’eroina,
e dall’altro condensa, attraverso
le numerose sfumature espressive
che questo colore-non colore
può assumere, il senso stesso
e profondo del dramma: una
metamorfosi è possibile attraverso
la potenza redentrice dell’amore.
Nonostante
quindi Puccini non abbia potuto
portare a termine quella che
lui stesso considerava la
sua opera più importante,
il frammento-Turandot
si pone come un esempio di
perfetta simbiosi tra scena,
testo e musica, e rappresenta
il punto più alto in cui l’arte
di un compositore italiano
assurge a paradigma di un
nuovo modo di fare teatro
che va ben aldilà dei confini
nazionali per ribadire la
propria natura europea e mondiale.